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‘Il giuocatore’ ovvero ‘Il Gioco, l’Amore, la Follia’

Finalmente ci siamo! In questa settimana insieme abbiamo esplorato il gioco, l’amore, la follia attraversando le pagine dei libri e le caratteristiche dei loro personaggi che, ormai lo sappiamo, altro non sono che la nostra rappresentazione. Abbiamo capito che le cose non hanno mai un solo senso e non sempre ciò che si mostra esternamente ci trasmette il vero significato della vita.

Abbiamo anche fatto un viaggio non indifferente (anche questo è il potere della letteratura e della fantasia). Siamo andati in Spagna e in Francia, in Persia, nel Paese delle Meraviglie e nel Regno delle fate.

Ma oggi obbligatoriamente dobbiamo salutarci. E lo dobbiamo fare qui, a Venezia, dove tutto accadrà. E a Venezia possiamo parlare solo di una persona, solo di un autore, solo di un suo sempre amato cittadino. Salutiamo la sua statua quando ci passiamo davanti. Possiamo trovare i suoi personaggi dovunque proprio perché la sua specialità è stata congelare le scene di vita quotidiana, gli uomini e i loro difetti, e riportarli sul palco del teatro, compresa la parlata, che grazie a lui è famosa in tutto il mondo. Stiamo ovviamente parlando di Carlo Goldoni (1707-1793), padre del teatro italiano moderno.

Ha scritto decine di commedie nelle sua carriera ma noi parleremo di una sola, tra le meno famose tra l’altro, ma certamente sottovalutata: ‘Il giuocatore’(1750). Storia ambientata nella Venezia del settecento goldoniano e scritta in veneziano.

Il giovane Florindo ha un vizio mordace per il gioco d’azzardo. Vince tanto, ma perde molto di più. Però gli rimane comunque l’affetto della sua futura moglie, Rosaura, e della sua amante, Beatrice. Ma il suo morbo lo spinge a rischiare sempre di più e, ingenuamente, finisce nella rete di tre giocatori che barando iniziano a spremerlo, togliendogli quasi tutto. Questo lo fa soltanto peggiorare, cambiandolo. Lo abbandonano sia Rosaura che Beatrice, i suoi debiti pesanti gli fanno rischiare la vita e il carcere e l’unica opzione che sembra rimanergli è di sposare per convenienza la ricca Gandolfa, vecchia e insopportabile. A salvarlo grazie alla sua abilità sarà Pantalone de’Bisognosi, padre di Rosaura e fratello di Gandolfa. Fine.

Oggi non ci dilunghiamo troppo nella trama così facciamo qualche pensiero in più.

Abbiamo passato l’ultima settimana a riflettere come la follia e il gioco, che normalmente si portano dietro un significato sconveniente per la maggioranza della gente, non necessariamente siano soltanto negativi. Ma in questo caso Goldoni, che ne aveva anch’egli parlato in maniera diversificata, non lascia ambiguità e proprio su questi due temi si esprime con durezza, evidenziando le potenzialità peggiori. Florindo non sta facendo un gioco che lo faccia volare, che faccia decollare la sua fantasia o che renda la vita migliore, stimolando il suo intelletto. Sta rinunciando completamente a scegliere e affida la sua vita al caso. La pazzia di Florindo non è genuina, non è quel lato un po’ pazzerello presente in tutti noi, quella pazzia che in realtà non è altro che vedere il mondo meglio di qualsiasi altra persona. È una ossessione morbosa, che coscienziosamente tra l’amore e il gioco gli fa scegliere quest’ultimo, rinunciando dunque al motore eterno dell’universo per tiro di dadi e una mano a carte.

Scegliete dunque bene cosa volete fare. Giocate con la vita, scambiate le pedine, costruite castelli con i mattoncini di opportunità che ci vengono sempre offerti. Siate folli. Folli per amore, folli per la vita, folli per non volersi fermare nella valle ma per voler arrivare fino in cima. La nostra stessa esistenza è diventata una follia nel momento in cui l’uomo ha abbandonato un basilare istinto animale e ha iniziato a credere alla felicità, alla tristezza, all’amore. La nostra stessa vita è il più grande gioco a cui mai giocheremo. Piangeremo, rideremo, ameremo, vivremo e moriremo, ma non sceglieremo mai di non giocare. E per favore. Non smettete mai di cercare l’amore, che al tempo stesso è follia e gioco le cui regole sono scritte a fuoco in ogni parte del nostro corpo; sulla pelle, sui nostri organi, nel nostro cuore, nel nostro cervello, in ogni pensiero e ogni singolo movimento della nostra vita.

Quindi a noi non resta che salutarci, e a questo umile narratore non resta altro che augurarvi buon Carnevale di Venezia!

 

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